(di Katherine Puce) La desertificazione commerciale nasce come fenomeno negli anni ’80 e ’90, con l’ascesa della grande distribuzione organizzata e la diffusione dei centri commerciali, che hanno progressivamente attratto la clientela lontano dai piccoli esercizi. Questo processo ha portato alla progressiva scomparsa dei negozi di vicinato e delle attività commerciali tradizionali, soprattutto nei centri storici e nei quartieri urbani più fragili.
Dal 2000, il fenomeno è stato alimentato da una combinazione di fattori economici, sociali e urbanistici. In particolare, la globalizzazione dei mercati ha favorito l’ingresso di grandi catene internazionali, mettendo in difficoltà i piccoli esercenti locali. La concorrenza della grande distribuzione organizzata, con i suoi prezzi competitivi e la vasta offerta, ha reso difficile per i negozi di vicinato mantenere la clientela.
Nel tempo, anche le abitudini di consumo sono cambiate grazie alla diffusione degli acquisti online, riducendo la spesa quotidiana nei negozi fisici. Le politiche urbanistiche hanno spesso privilegiato lo sviluppo di aree commerciali in periferia, svuotando i centri urbani. A ciò si aggiunge l’aumento dei costi di affitto nei centri storici, che rende insostenibile l’attività per molti piccoli esercenti.
Le nuove paure di fronte all’aggravarsi dell’emergenza urbana
La desertificazione commerciale è diventata così un fenomeno sempre più preoccupante nelle città italiane. Dal 2012 al 2024, il Paese ha visto la chiusura di quasi 118 mila negozi al dettaglio e di 23 mila attività di commercio ambulante, segnando un significativo impoverimento dei centri urbani, specialmente nei centri storici.
Il progetto “Cities” di Confindustria segue il fenomeno
Già nel 2013, Confcommercio ha avviato il progetto “Cities” con l’obiettivo di contrastare la desertificazione commerciale e promuovere un nuovo modello di sviluppo urbano fondato su sostenibilità, economie di prossimità e coesione sociale.
Di fronte all’aggravarsi del fenomeno e ai nuovi dati emersi in occasione della pubblicazione dello studio “Demografia d’impresa nelle città italiane” (realizzato dall’Ufficio Studi di Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne), il progetto Cities ha rilanciato il proprio impegno proponendo cinque strategie chiave.
I 5 punti chiave
La prima è la rigenerazione degli spazi pubblici, coinvolgendo le realtà locali nel recupero delle aree degradate attraverso interventi strutturali, mitigazione del cambiamento climatico e urbanistica tattica. La seconda riguarda mobilità e logistica sostenibili, tramite Piani Urbani integrati che collegano trasporti, economia e pianificazione urbana. Il terzo punto propone canoni di locazione calmierati, per rendere accessibili gli spazi commerciali nei quartieri più fragili. La quarta strategia punta a una gestione partecipata delle città come bene comune, con modelli di sviluppo equi e condivisi. Infine, si promuove l’uso delle tecnologie digitali, come big data e urban analytics, per monitorare i flussi pedonali e supportare politiche più mirate a favore del commercio locale.
Evitare che le città possano spegnersi
Sono sempre più a rischio, dunque, non solo i negozi in quanto tali, ma anche la loro capacità di rappresentare luoghi di socialità, identità e presidio del territorio. Il rischio di un’erosione del tessuto economico e sociale, soprattutto nei centri storici e nei quartieri più vulnerabili, deve essere affrontato con decisione da istituzioni, imprese, comunità locali e urbanisti. Questi attori possono e devono investire nella rigenerazione urbana, contribuendo a restituire vitalità a quelle città che oggi stanno progressivamente perdendo la propria anima.