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Il Lingotto e la carta tedesca

di Massimo Mucchetti
Tanto tuonò che piovve. Incalzato da Diego Della Valle e da Cesare
Romiti, l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha
rilasciato un'intervista a la Repubblica che ha titolato su 5 delle 6
colonne della prima pagina: «La Fiat resterà in Italia». Lo strillo
promette, ma possiamo dirci tranquillizzati? La risposta è: no. Ecco
perché.
L'esternazione del top manager era stata preparata, il giorno prima, da
un lungo elogio dell'economista Alessandro Penati. Perché, si era
chiesto Penati riecheggiando l'ex direttore dell' Economist , Bill
Emmott, negli Usa si osanna Marchionne e in Italia lo si critica in modo
così aspro? Perché questo Paese è conservatore e consociativo,
refrattario all'economia di mercato, è stata la risposta: identica a
quella del giornalista britannico. Musica per la Torino del Lingotto.
Una beffa per la Torino operaia, anzi per l'Italia operaia. Un rebus per
la classe imprenditoriale divisa tra chi crede ancora nelle virtù
taumaturgiche di Marchionne e chi ormai manifesta scetticismo, anche
senza ricorrere ai toni sgarbiani del signor Tod's, che possono sì
fissare un concetto nell'immaginario collettivo ma di sicuro non aiutano
a risolvere i problemi. Certo, né a Penati né a Emmott viene il dubbio
che gli osanna americani dipendano dal fatto che a Detroit si lavora a
pieno regime, mentre a Mirafiori si riesce a farlo solo 3 giorni al
mese; che negli Usa l'industria automobilistica è stata salvata dai
miliardi della Casa Bianca, mentre in Italia il governo - Berlusconi o
Monti, in questo caso cambia poco - non può o forse anche non vuole fare
alcunché. E tuttavia, nonostante l'assist, il leader della Fiat non ha
dissipato nessuno dei timori sul ridimensionamento degli investimenti
Fiat in Italia.
Marchionne ha speso due argomenti, peraltro non nuovi: a) la Fiat non ha
progettato altri modelli per l'Europa e i mercati evoluti perché, se
l'avesse fatto, avrebbe perso miliardi data la crisi epocale della
domanda di automobili; b) il buon momento della Chrysler serve a salvare
la Fiat in Italia.
Sul primo argomento è inutile ripeterci troppo. Gli altri produttori di
automobili non hanno interrotto i cicli di rinnovo dei modelli, la Fiat
ha saltato gli ultimi due. Tutti ciechi, gli altri? Marchionne, con la
benedizione del suo azionariato, ha scelto di concentrare le munizioni
sul fronte più promettente in questo momento: gli Usa. Ma ci andrei
piano con i miti globali. Globali sono la Toyota, la Volkswagen, la
Ford, la Gm, la Mercedes, la Bmw e la Renault-Nissan. Vista in
prospettiva, la Fiat non appare molto più globale di com'è stata altre
volte in passato. Ci fu un'epoca in cui la Fiat possedeva la Seat in
Spagna (ceduta a Volkswagen), la Simca in Francia (finita alla
Chrysler), la Zastava in Jugoslavia. La Fiat aveva già la grande unità
produttiva polacca. A Belo Horizonte ha aperto negli anni Settanta: il
Brasile l'hanno scoperto gli arzilli vecchietti. In Unione Sovietica,
Agnelli e Valletta erano andati ancor prima. Non aveva gli Usa, la Fiat.
È vero. Ma di questo passo si sta giocando l'Europa. E l'Europa non è
solo un mercato ancora grande, ma anche e soprattutto è il cuore e la
testa dell'automobile. Molto più degli Usa, dove si fabbricano
principalmente dei baracconi. Alla fine, quale sarà il saldo?
Sul secondo argomento, servono ancor meno parole. Marchionne avverte:
«Se la Fiat vuole essere partner di Chrysler, deve essere affidabile».
Ma non ci era stato detto che era stata la Fiat a comprare la Chrysler?
E Steven Rattner, l'obamiano zar dell'auto, non aveva bocciato l'autosalvataggio
della casa di Auburn Hills perché era indietro di 10 anni? Adesso
scopriamo che la legge la dettano dall'altra parte dell'Atlantico. Non
perché siano capaci di fare macchine migliori, ma perché di là si
guadagna, dopo aver perso a rotta di collo. E si guadagna perché il
governo ha pagato con i denari dei contribuenti la chiusura di decine di
stabilimenti e ha dunque tagliato i costi fissi di Detroit. Esauriti i
due argomenti, eccoci ai silenzi.
Nel pur lungo colloquio, il capo del gruppo Chrysler-Fiat non ha
affrontato i tre nodi reali sui quali la Fiat Spa è chiamata a fare i
conti. Il primo è la sovraccapacità produttiva in Europa. La recessione
l'ha accentuata, ma c'era anche prima e rendeva fin da subito poco
credibile il raddoppio della produzione previsto da Fabbrica Italia. In
sede Acea, l'associazione europea dei produttori di auto, Marchionne ha
sostenuto l'idea di coordinare le chiusure delle fabbriche di troppo e
di assegnare alle società incentivi pubblici alla bisogna. Com'era
avvenuto per l'acciaio. Ma per i tedeschi solo le case non abbastanza
brave hanno fabbriche in eccesso. Dunque, chiudano loro, e senza aiuti
di Stato. Marchionne ha attaccato i tedeschi. È stato respinto. Che cosa
conta di fare, adesso? Torino ha già lasciato Termini Imerese. La
francese Psa dice che, forse, taglierà 8 mila posti. La Opel,
probabilmente, smantellerà qualcosa. Ma non basta. Anche perché la Fiat
va peggio della concorrenza ed è dipendente da un mercato, quello
italiano, che soffre più di tutti. Promettere che la Fiat resterà in
Italia significa poco se non si spiega con quanti stabilimenti, con
quante persone, con quali risorse e per fare che cosa. Sostiene
Marchionne: «Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno
dell'Italia». La storia dei suoi investimenti - tutti sussidiati dai
Paesi dove li ha fatti: Usa, Brasile, Serbia - fa sospettare che
Marchionne stia per bussare a quattrini con il governo. Se così non è,
restiamo in attesa di capire in che cosa consista il «contributo
dell'Italia».
Il secondo nodo su cui continua il silenzio è la disponibilità della
Volkswagen ad acquistare il marchio Alfa Romeo, assieme a uno
stabilimento italiano che, altrimenti, verrebbe chiuso. Il Corriere sta
dando informazioni in materia. Abbiamo anche indicato il nome della
banca - la Lazard - che ha presentato l'idea sia a Marchionne sia ad
Elkann. Oggi aggiungiamo che esperti tedeschi hanno visitato tutti e
quattro gli stabilimenti in teoria papabili: Mirafiori, Cassino, Melfi e
Pomigliano. Hanno pure stilato un rating . Queste visite fanno pensare
che qualcosa possa accadere. Che magari entri nel pacchetto anche un po'
di tecnologia. Stupisce il disinteresse di Cisl e Uil e dei sindacati
minori davanti alla possibilità che un investimento estero, fatto dalla
casa automobilistica più forte d'Europa, venga a risolvere una parte dei
problemi aperti dal declino della Fiat in Italia e a portare un po' di
concorrenza. E stupisce anche il silenzio dei tanti aedi della
concorrenza. Temono di disturbare i manovratori? In ogni caso, questa è
anche materia del governo che parla tanto di attrarre i capitali esteri
e forse farebbe bene a intervenire prima che le situazioni degenerino
come a Termini Imerese o, per altre produzioni, a Portovesme.
Il terzo punto sul quale Marchionne tace è quello finanziario: del
debito e della moneta. Il debito Fiat è ancora considerato spazzatura,
le sue obbligazioni junk bond . Pesa certamente il rischio Italia, ma
ancor più pesa il rischio Fiat-Chrysler (nonostante i primi profitti
americani). Basta confrontare i differenziali tra i Btp e i Bund e
quelli tra le obbligazioni Fiat e le obbligazioni Volkswagen per
accertare come da anni i primi siano inferiori ai secondi. Che cosa ha
in animo di fare la Fiat per risalire la china che la svantaggia nella
competizione con case che già investono di più e in aggiunta si
finanziano a tassi inferiori? Che senso ha benedire Monti e non porgli
il problema dei tedeschi che finanziano le vendite ai clienti a tasso
zero o quasi grazie al fatto che entrambi, noi e loro, stiamo nell'euro,
ma loro sopra e noi sotto?
Prima che sia troppo tardi, e cioè prima che la politica del carciofo
adottata da Marchionne abbia consumato anche l'ultima foglia, è forse il
caso di affrontare la questione Fiat come una grande questione
industriale del Paese, nel rispetto dei ruoli di ciascuno, ma andando
tutti - azionisti, management, sindacati, banche e governo - oltre le
chiacchiere vaghe e il duello infantile tra paure e desideri per
cominciare ciascuno, da adulto, a prendersi le proprie responsabilità.
CORRIERE DELLA SERA, 19-09-12
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