di Pierluigi Magnaschi
Questo quadro di Bruno Grassi è molto intenso, forse anche perché è enigmaticamente notturno. Esso ha, per titolo: “L’uccello che ride” (olio su tela di 84 per 68,5 cm). Il protagonista di questa tela, stravangante ed enigmatica, è appunto l’uccello del titolo, quello che sta in basso a destra. E’ un uccello strano, fatto di lastre di acciaio o di lamiera, con una coda di carta argentea e plissettata, il corpo completamente vuoto ed un collo appeso con una fettuccia alla sua carcassa. Il collo, a sua volta, regge una testa che, dondolando per conto suo, dovrebbe essere morta ma che invece è più viva che mai. L’occhio dell’uccello infatti è birichino e il becco, forte e festoso, stringe, visibilmente soddisfatto, una libellula rassegnata o già morta. Le ali dell’uccello sono arcaiche e finiscono con dei fiocchi (o delle luci?) come se fossero degli arazzi. Le gambe invece sono metalliche, rigidamente piantate nel suolo. Questo, di sicuro, è un uccello che non prenderà mai il volo ma che è anche soddisfatto della sua condizione di vacuità. Più che temere le occhiate degli altri, sembra voler prendere in giro chi lo guarda. Non ha complessi. Semmai li genera. L’uccello di questo quadro di Grassi sembra preistorico ma potrebbe anche essere futuribile, robottiano. Tuttavia, se è un robot, questo uccello è un robot fatto in casa, alla Mastro Geppetto, senza le asprezze metalliche e le rigidità di movimento dei robot classici che si vedono in azione nelle fabbriche o nei film di fantascienza. Accanto a lui, ma anche isolata da lui e, nel contempo, distaccata e pensosa, c’è una ragazza che, anziché rimirarsi in uno specchio, che pure ha a portata di mano, lo sta accarezzando (o allontanando?) con sorvegliata voluttà. Lo fa, forse, per propiziarselo, temendo di non apparire a se stessa sufficientemente bella. Chissà? I due, la ragazza e l’uccello futuribile, sembrano in posa. In attesa che li investa un flash in grado di scioglierli dal voluttuoso torpore che li ha ghermiti. Questo flash però potrebbe anche non esplodere mai. Sono, entrambi, delle figure incastonate in una vegetazione padana, più percepita che vista, anche perché, essa, sta per essere ingoiata dalla notte. Ma loro, la ragazza estatica e l’uccello futuribile e soddisfatto, non hanno voglia di ritirarsi, anche se la luna, da lontano, avvisa che la notte sta per prendere il sopravvento. I due, per le costanti e volute contraddizioni di cui si nutre la pittura enigmatica e intrinsecamente complessa di Bruno Grassi, sono investiti da una luce meridiana e abbagliante che contrasta con la notte incipiente. I due preferiscono poltrire. O, forse, pensare. Contigui ma contemporaneamente lontani. Distaccati, ma pure visibilmente complici. Totalmente diversi ma anche, in fondo, simili. Uno, l’uccello futuribile, è soddisfatto per il verme che fra poco ingoierà nel nulla di sè stesso. E l’altra, la ragazza attonita, è invece attratta ed impaurita dallo specchio che è lo strumento di verifica della sua seduzione, che è poi la ragione del suo essere. La ragazza con lo specchio è un moderno Narciso. Costui, per specchiarsi, aveva a sua disposizione solo una pozza d’acqua. Costei invece può contare su uno specchio. Entrambi però esitano anche se amamo amarsi. E quando uno si ama, è solo. Come sola è questa ragazza. Più impaurita dallo specchio che dal giudizio e dal gradimento del ragazzo che lei attende e che lui, solo lui (e non uno specchio) può confermarla nei suoi dubbi e può avvolgerla nella sue braccia che, quando la stringono e da come la stringono, parlano più chiaro, molto più chiaro di qualsiasi specchio. E l’uccello futuribile? Lui è soddisfatto, ha già in bocca la libellula da mangiare. E i suoi, in fondo, sono problemi più semplici rispetto a quelli della ragazza. Problemi alimentari, non sentimentali. Ma perché, allora, Bruno Grassi ha messo questo uccello, lì nel quadro, in basso a destra? Qual è la ragione della sua presenza? Forse per complicare, deviandola, l’interpretazione del quadro. O forse solo per arricchirla. Chissà.