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OLIMPIADI
È vietato piangere ma anche ridere...





di CESARE LANZA



Le Olimpiadi a me sembrano, in poche parole, una manifestazione orribile, noiosa e inutile: la sublimazione retorica e ipocrita di valori che non esistono più (se mai sono esistiti). Propongono in quantità industriale, da nausea, una serie di gare ridicole, competizioni e sfide insulse, e di cosiddetti campioni, di cui nel profondo non ci frega assolutamente nulla: dopo qualche giorno dimentichiamo (per fortuna) sia i nomi che le gesta, salvo il rischio (per fortuna, come vedremo, in decadenza) di lasciarci abbindolare, dopo quattro anni, da nuove grandiosità grossolane e volgari. Gli atleti non sono dilettanti da decenni, ma per lo più avidi professionisti, sponsorizzati dai peli del cranio fino a quelli degli agonistici sfinteri. La diffusione e la vocazione alla droga è tanto diffusa da insinuare dubbi ingiusti, ma inevitabili, anche sulla correttezza delle performances pulite: saranno davvero imprese limpide e ammirevoli oppure scopriremo, prima o poi, che alla radice c'è stata qualche sostanza venefica? Le molestie, per me e per chi non abbia spirito olimpico, sono infinite. E non riesci a evitarle, visto come dilagano, dappertutto, in televisione e nei giornali. In video, in particolare, è insopportabile l'in capacità del telecronista di turno, che parla un linguaggio astruso, non azzecca un pronostico e anzi probabilmente non sa nulla e di quel poco che sa non gli interessa trasmettere pur minime informazioni - senza riuscire mai a far emergere, degli atleti in gara, l'identità, la specificità tecnica e la dimensione umana. Sicché, alla fine, gli atleti in gara sembrano tutti uguali e che vinca l'uno o finisca nella polvere un altro non può suscitarci la minima emozione. Registi ottusi.
In questo quadro scellerato ciò che più colpisce è la scemenza, la cecità dei dirigenti dello sport. Peraltro non dovrei stupirmi: se considero sciocco e finto lo spettacolo strutturalmente impostato come ho detto, dietro le quinte non possono che esserci registi ottusi e organizzatori miopi, privi di qualsiasi nobiltà di pensiero. Mi ha perciò indignato, ma stupito solo fino a un certo punto, che il Cio (comitato olimpico internazionale) abbia ammonito il campione dei cento e duecento metri, il giamaicano Bolt, a non esibirsi in esternazioni di gioia e allegrezza, prima durante e dopo le sue corse trionfali. Sì, avete letto bene: perfino durante! Uno dei pochi momenti fantastici, dissacrante, infatti, è stata la frenata di questo super velocista negli ultimi dieci dei suoi favolosi cento metri: tale era il vantaggio che anziché impegnarsi per il miglior record possibile si sbracciava, rallentando, a salutare la folla. Il messaggio - meraviglioso - era questo: che mi importa del record? Sono felice per riuscire a vincere a questo modo e vi partecipo la mia felicità. Aggiungo io: i record vengono inevitabilmente battuti, quella vittoria in scioltezza (insieme con le boccacce, i saltelli, i balletti, prima e dopo, dello scanzonato super campione) resterà nella memoria di tutti, perfino di quelli, come me, che dalla posticcia magnificenza olimpica sono nauseati. Perché rappresenta la capacità di sdrammatizzare e rendere sinceramente festoso un momento irripetibile, che come mille altri si sarebbe voluto immolare alla retorica. Per me, che mi considero un liberale assoluto, è cosa oscena che le Olimpiadi siano state affidate a un Paese, indubitabilmente grandioso e straordinario, ma governato da un regime assolutamente illiberale. Nessuna manifestazione che abbia la pur minima valenza politica è stata consentita nell'ambito di una manifestazione considerata esclusivamente "sportiva". Nessuno può e, purtroppo, come si è visto, quasi nessuno vuole dire - nonostante l'immensa opportunità mediatica - una sola parola sui crimini cinesi nel Tibet o sulla negazione di elementari diritti civili per un popolo di antichissima civiltà. Questo avviene, sotto i nostri occhi non sempre accecati. E tuttavia proviamo a seguire lo stolto, falso diktat: le Olimpiadi sarebbero solo un gioco, giochi di sport. E allora, qual è la coerenza? Se sono un gioco, perché vietare al campione più campione di tutti, Bolt (non dimentichiamo: pur sempre un ragazzo di ventidue anni) di gioire e far festa nella maniera, peraltro intelligente, che preferisce? Cionesi: ecco cosa sono i dirigenti olimpici! Cio-nesi: una variante mostruosa, una sottospecie, dei dittatori cinesi. E tuttavia, visto che ogni finzione trova il suo smascheramento, ecco un altro momento di scempio intellettuale, nella logica dei dirigenti cio-nesi. Bolt non può giocare, non può far festa, dev'essere uno scolaretto inscatolato e irrigidito nelle banalità dei riti olimpici? Insomma, le Olimpiadi sono una cosa tanto seria, che neanche il campione più campione può permettersi di scherzare? Ammettiamolo. L'arido baraccone.
Ecco però il secondo episodio che svela l'aridità del baraccone cio-nese. Gli atleti spagnoli, dopo la carneficina per la tragedia dell'aereo precipitato a Madrid, chiedono (ovviamente, direi) di partecipare al dolore del loro Paese portando al braccio un segno di lutto. La risposta incredibile è negativa: no, niente da fare, è vietato. Ma perché? Allora le Olimpiadi, in questo caso, tornano ad essere una manifestazione ludica, che si vuole avulsa da ciò che succede nel mondo, non importa che sia lo sgomento per gli orrori nel Tibet o il cordoglio per una sciagura nazionale? Senza riguardo verso i più spontanei sentimenti umani. Concludo; mi sembra tutto ridicolo, contraddittorio, grottesco: più che mai, il re è nudo. Non saranno certo queste goffe Olimpiadi a nascondere i problemi e le atrocità della Cina di oggi. Ed è augurabile che il super carrozzone olimpico sia ridimensionato, anche quando tornerà alla "normalità" di Paesi civili, come sarà in Inghilterra, tra quattro anni. Un pizzico di fiducia c'è: ad esempio, la pubblicità ha già scoperto che il gioco non vale la candela, ovvero la fiamma olimpica. Gli investimenti pubblicitari non hanno coperto affatto gli smodati costi affrontati dalle aziende televisive per portare nelle nostre case lo sciocchezzaio olimpico. E la pubblicità non sbaglia mai. L'interesse della gente è in declino? Evviva, evviva.


cesare@lamescolanza.com


LIBERO, 22-08-08