Cesare Lanza si racconta: "IL BELLO DI INVECCHIARE"

«Non ho più sensi di colpa, ho smesso di inseguire i soldi, conosco la libertà e il desiderio: è l’età più divertente»



L'anno scorso, di questi tempi, ero steso in un letto di ospedale, in terapia intensiva, a causa di un infartuccio. Qualche lettore affezionato ricorderà che mi prodigai, con indecenza estetica, a raccontare il modesto evento, peraltro normalissimo per un uomo della mia età e del mio peso (corporeo). Devo dire che, nell'anno appena trascorso, ho riflettuto molto sui problemi legati alla senilità e, come dire, al traguardo finale, e le mie convinzioni sul "non senso" assoluto della vita si sono rafforzate. Ma senza amarezze, tutto semplicemente - mi sembra un po' più chiaro. Qualche riflessione forse è d'interesse comune, non solo per i miei coetanei...

Ad esempio, sull'insenescenza - che non è affatto da disprezzare o temere. Ma sì, sì, se non ci fosse in agguato, in data imprevedibile, l'estremo appuntamento, la vecchiaia sarebbe certamente la stagione più bella della vita. Non è affatto seccante, infatti, l'idea di morire, bensì quella di non sapere - forse - quando, il timore di essere colto e violato - forse di sorpresa. Per il resto, parlo di me, tutto è più gradevole e coinvolgente. Nella mia infanzia, ma l'ho capito dopo, le sofferenze sono state forti: mi pesavano la povertà, le incessanti liti familiari. Non ho mai avuto un bacio al momento di andare a letto, nessuno mi ha mai raccontato una favola o mi ha regalato un libro per leggerla: adesso però posso vantarmi di non conoscerne una, e le confondo, per sentirlo dire, una con l'altra. Allora ci soffrivo, ma oggi (beata vecchiaia) è divertente non sapere come vada a finire la storiella dei sette nani o cosa succeda precisamente a Cappuccetto rosso, dopo l'incontro, mi sembra, con il lupo (o con la nonna). Così, ai nipotini o a qualsiasi bambino, nei rari momenti di pazienza, posso raccontare fantasie che mi vengono in mente, sul momento.

La mia adolescenza
- Da adolescente ero, come tanti altri, proprio stupido. Facevo a botte con ogni minimo pretesto, le davo e le prendevo, ho il naso un po' rincagnato e mi sono portato dietro per tutta la vita una certa difficoltà di respirazione. A diciassette anni neanche compiuti sono scappato da casa e così da Genova, una delle tre punte allora del triangolo industriale, sono finito in Calabria, che all'epoca, fine anni cinquanta, era splendidamente povera: come, oggi, sono e chissà per quanto tempo ancora saranno certi paesi indiani che ricordo con una fitta al cuore. Scrivendo, mi accorgo che la sintesi è difficile e brutale. Da giovane mi sono sposato prestissimo, per il desiderio di avere la famiglia che avevo perduto, e ho fatto figli uno dietro l'altro, senza rifletterci un attimo, felice di averli, ma senza capire che li avrei, privandoli di un vero padre, mandati allo sbaraglio.

Dall'alba alla notte il pensiero che mi guidava nella vita era lo sforzo di guadagnare quanti più soldi possibile, per riuscire a mantenerci. Mia madre, la persona più cinica e intelligente che abbia conosciuto, mi aveva ripetuto fino allo sfinimento: non sposarti perché non sarà né interessante né utile, non fare figli perché ti daranno solo problemi; studia, leggi, scrivi, non dare importanza ai soldi, così sarai sempre libero e la vita sarà interamente tua perché non avrai bisogno della cosa più distruttiva che esista, il denaro. Qualche volta, sogghignando, aggiungeva una variante: oppure sposa una donna ricchissima e fatti mantenere, però leggi, studia e scrivi e non mettere mai al mondo un figlio perché, come tutti noi, e in tutto il mondo, sarebbe un altro infelice. Ho fatto esattamente tutto il contrario: mi sono sposato due volte e tutte e due le mie signore erano (e temo saranno) felicemente povere, per fortuna disinteressate; ho messo al mondo cinque figli, non ho studiato con coerenza, ho letto disordinatamente anche se ho comprato decine di migliaia di libri compulsivamente, spogliandoli e sentendone il profumo, la dolcezza e la sapienza o anche l'orrore, a volte solo per avvertire il piacere di ciò che poteva essere e non è stato.

Quanto a scrivere, dalla penna, dalla macchina da scrivere e dal computer sono uscite soprattutto mostruosità inutili, superficiali e frivole. E, quanto ai soldi, la necessità di averne per mandare avanti la baracca, anzi le baracche, è stato il tormento prioritario e castrante - come per la stragrande maggioranza degli umani in terra - per tutta la vita. Oggi mi illumina la consapevolezza della idiozia di quella rincorsa. Soldi per far che? Per l'automobile, le vacanze delle famiglie, il superfluo in tavola, i vestiti firmati per la variegata figliolanza, i viaggi in un mondo che è tutto uguale? Mia madre tentò di bloccare il primo matrimonio dieci minuti dopo aver conosciuto la promessa sposa, dicendomi con una di quelle intuizioni drammatiche che la rendevano speciale. «Lasciala, è una ragazza malinconica. È infelice e la renderai ancora più infelice». E così è stato.

Nel mio primo e forse unico lavoro, il giornalismo, ho avuto un successo immediato e immeritato, affrettato, selvaggio. E come un selvaggio mi sono comportato, guidato dall'istinto, rude con i compagni di lavoro, solo con i giovani che assumevo ero affettuoso e stronzo come un sergente di addestramento alla guerra, con severità e generosità. Ho poi sciupato il successo con una catena di errori innescati esclusivamente dalla curiosità. E dai castighi inevitabili che andavano a colpire errori e confusione (ah, i nodi che vengono al pettine, meravigliosi luoghi comuni quasi sempre implacabilmente esatti!) nella maturità - se mai c'è stata - sono stato paralizzato, senza vie di uscita.

Con presunzione ho creduto nell'amore e ho reso probabilmente infelice anche la seconda moglie, ch'era allegra e positiva, anche se non sono riuscito a renderla definitivamente triste, essendo la sua vitalità più forte della mia capacità distruttiva. Poi, quasi per incantesimo, le cose sono cambiate. Forse alle due ultime figlie riuscirò a risparmiare qualche dispiacere e a dar loro qualcosa che non sono stato capace di dare ai primi tre (e perciò almeno due su tre mi detestano, a volte ricambiati, profondamente).

Capire quanto e come abbia vissuto senza logica e costrutto, indubbiamente mi dà dolore, però è superiore il piacere della consapevolezza. Molto interessante anche la battaglia per liberarsi, senza aiuto, dai complessi di colpa, per metterli in conto a chi ha inventato per tutti, con trappole micidiali, questa cruda e appassionante esistenza, forse sporca, certo illusoria: non mi sento più protagonista unico né mai vittima esclusiva, non sono, nessuno è l'ombelico del mondo.

Finalmente so che cos'è un tramonto. O la voglia, vera, di un orgasmo. O una stella che cade. Sento la potenza e la vita degli alberi secolari, capisco il fascino di un fiore o di un sorriso, mi si stringe il cuore per le sofferenze, quelle vere, degli altri. So che cos'è il non senso assoluto della vita, ho capito che la disperazione non è un bene individuale, che Dio è un regalo per chi ce l'ha, che non averlo è una tortura uguale al privilegio, ma troppo bello è il sentimento di sentirsi forti e soli, di fronte a tutto ciò che resta ignoto e incomprensibile.

Il valore della libertà-
Soprattutto ho imparato quanto sia importante essere liberi, e lottare per godersi questo primario valore della nostra povera esistenza. Poche altre cose mi danno la tenerezza che mi trasmette lo sguardo del mio labrador, Penelope, una femmina che mi ama più delle tante donne che ho avuto... per anni le ho dato del lei, oggi ci diamo del tu, e so che tutti e due speriamo di morire l'uno prima dell'altra. Vi chiedo scusa per questa, spero solo in apparenza, desolata riflessione di mezza estate, non ho resistito al desiderio di aprirmi e di esprimere ciò che, nell'intimo, sento. Con la sensazione presaga che sul più bello arriverà l'estremo appuntamento, a bloccare la serenità della consapevolezza. Ma questa volta spero di essere riuscito a capire in anticipo come finiranno le cose e una piccola beffa l'ho preparata: mia moglie e i miei amici sanno come dovrà essere organizzato, ludico e divertente, il mio funerale, Musica e ballo, "Hey Jude", i Beatles, e "My dream" durante la cerimonia, "Mamma mia" degli Abba, al momento di essere sepolto. Sulla lapide il necrologio che mi ha dedicato un caro amico, Massimo Donelli: «Da ragazzo sembrava un uomo, da uomo sembrava un ragazzo». Evviva.






libero, 09-07-09